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/decompressione/

Corridoio di attesa di un ambulatorio specialistico del servizio sanitario regionale.

Gli ultimi mesi un buon equilibrio glicemico. Le ultime settimane un bel casino di gestione di microP. Telefonate in assistenza, corrieri con pezzi di ricambio, tentativi vani di scarico dati.

Mi siedo in fondo, lontano da tutti, vicino alla porta un po’ aperta dove passa aria fresca. Aspetto. Penso alle persone incontrante in Ecuador negli anni… al tríage, alle misure delle glicemie, con il dermatologo, il ginecologo, la pediatra… mi lascio ispirare dal loro atteggiamento tranquillo di attesa. Cerco di pensare a cosa è importante per me in questo momento, dal punto di vista glicemico.

Fondamentale poter scaricare i dati. Riprovo ancora una volta, con il medico, anche se ogni messaggio su pc e su microP sembra dire che non sia possibile. Poi “ultimo scarico dati 25/11/2021 10.44 am”. Mi sembra incredibile, dopo tutti i tentativi andati male, verifico che la sincronizzazione con la app è avvenuta mentre ero in corridoio ad aspettare!

Il resto è tutto in discesa, tutto da fare, un po’ per volta. La direzione è quella giusta, qualche aggiustatina alla terapia, qualche scrupoloso promemoria per il prossimo controllo. Lentamente, con pazienza, senza stancarsi di prendersi cura.

Un rapido scambio di battute su progetti che devono partire – è tempo di partire – con ADFe… non è questo il tavolo di lavoro, ma è sulla base dell’esperienza personale che ci si prende a cuore i progetti.

Nel frattempo ha finito anche il tizio che era prima di me al triage. Un personaggio spettacolare, un po’ scalcagnato, fuori dal tempo e anche un po’ fuori dal contesto, gentile e sparso. Mi sembra un fumetto prestato al mondo reale.

Ne approfitto per fare due chiacchiere con lui, mi fa tenerezza. Nella sua stravaganza mi sembra essere consapevole della malattia, più o meno. E lui, nelle sue frasi un po’ sconnesse, si preoccupa di me, che sono giovane, e lui ormai è vecchio. Mi ricorda quanto sia importante sentirsi compresi e accolti, nelle situazioni della nostra vita.

“Arrivederci. Stia bene!” gli dico.
“Grazie signorina. Anche lei mi raccomando!”

Primo giorno di nebbia vera

La scelta dei vestiti ricade su toni tenui. Il capello rigorosamente legato per non impazzire. Autumn vibes su Spotify.

L’altro giorno in treno due studenti parlavano di esami, in presenza vs in remoto. E allora avevo pensato all’agitazione, al senso di inadeguatezza, al desiderio di raggiungere obiettivi senza fare fatica.

Guardo fuori dl finestrino e c’è solo nebbia. Flashback ad un esame in cui avevo avuto la sensazione ci fosse solo nebbia nella mia testa. Ero preparata, e ne ero consapevole. Quello era uno spazio in cui si manifestava altro.

Mi vedevo da fuori: studentessa impreparata, e anche abbastanza stupida da non saper improvvisare qualcosa di sensato da dire. Mi vedevo da dentro: ero io e allo stesso tempo non ero io, per come mi conoscevo davvero.

Prof: qual è il problema?

MP: guardi, non lo so in tutta sincerità. Sono preparata, non le avrei fatto perdere tempo altrimenti. Ho un blackout totale.

Prof: lei lo sa che non ho bisogno di farle le domande all’esame per sapere che voto segnarle sul libretto vero? mi basterebbero quelle che lei ha fatto a me a lezione.

In quel momento chi mi guardava da fuori aveva lo stesso sguardo che io non riuscivo ad avere su me stessa. Ho deciso che era il momento di affrontare una mia questione irrisolta, il trauma dell’esordio di una malattia, insieme a pezzi della mia storia di cui ancora non avevo consapevolezza. Ho iniziato un percorso con una brava psicologa.

Dopo qualche settimana ho passato bene l’esame. Il voto sul libretto rappresenta ancora oggi tutto quello che quella situazione si è portata dentro, e quella è in realtà la soddisfazione più grande.

Dopo un tempo più lungo, né troppo né troppo poco, il percorso con la psicologa è terminato. Ogni tanto quando ripenso a quegli anni ringrazio quella studentessa impanicata di aver avuto il coraggio di scegliere. Scegliere di voler cambiare, riconoscere di aver bisogno dell’aiuto di qualcun altro, fidarsi che il risultato per quanto ignoto sarebbe valso l’impegno.

A distanza di anni, oggi, penso e sorrido…

1. Le persone sono molto più di quello che sembrano ad un primo sguardo veloce

2. Le cose iniziano a cambiare quando si ha il coraggio di chiamare le cose con il loro nome

3. La vita ti mette di fianco persone che ti accompagnano. A volte potresti essere tu a dover accompagnare chi la vita ti mette di fianco. Il più delle volte ci si accompagna reciprocamente, e con semplicità

Guardo di nuovo fuori dal finestrino. E vedo le persone che aspettano sul binario. Ognuna con la sua storia, ognuna bella a modo suo.

Poi suona l’allarme di microP (il mio microinfusore, ndr) da sotto la maglietta… ma questa è un’altra storia!

Esserci

All’università, quando ho ripreso dopo un break di riassestamento e un paio di operazioni, ero in soggezione… insicura su tutto e scombussolata per l’esordio di una malattia invisibile e subdola. Puoi avere una vita normale, bella e intensa (ne sono certa!) ma una piccola parte del tuo cervello è sempre (almeno, il mio cervello sempre!) occupata a rielaborare informazioni per compensare le mancanze fisiologiche metaboliche. Quello che vivi ora è legato a quello che hai vissuto prima e impatterà quello che vivrai poi. Metabolicamente parlando. Il tuo esserci fisicamente, con qualche effetto sul tuo esserci emotivamente e mentalmente anche.

All’unife, quando ho ripreso a frequentare il mammut, ero in soggezione… i miei compagni di corso giovani brillanti e belli. Io mi sentivo di colpo invecchiata (in un corpo in un cui non mi riconoscevo più), impacciata su tutto (nella gestione della malattia e nelle cose che facevo prima, con una fatica nuova a concentrarmi davvero fino in fondo) e anche un po’ bruttina (in questo non c’entrava il diabete ma faceva parte del pacchetto).

La mia vita però è andata avanti, con momenti bellissimi, alcune pacche sui denti, per lo più tanti piccoli momenti quotidiani, è andata avanti anche quando io non mi sentivo pronta ad affrontarla. C’è anche stato il terremoto in Emilia. Ma io ero all’estero per qualche mese (da sola ed indipendente come non pensavo più di riuscire ad essere). E ho pensato che ognuno ha la sua strada…

La mia è una strada tutt’altro che lineare e comoda, ma che bellezza! Se mi guardo intorno, paesaggi e spaccati di mondo che mi fanno pensare che non vorrei essere da nessun’altra parte in quel momento. E per ogni scorcio, la sua colonna sonora di accompagnamento. Oppure il silenzio, quello che si fa ascoltare.

Adesso ci ripenso e le fatiche di quegli anni, psicologiche più che pratiche in realtà, lasciano il posto alle tante persone che mi hanno dato supporto, che sono state benevole con la mia “battaglia a rimettermi in piedi”, che semplicemente hanno continuato a guardarmi per quella che ero, che ero stata senza malattia e che continuavo ad essere anche con il diabete.

La sfida e l’opportunità è “esserci”, nelle cose, nelle relazioni, nella propria vita così come ti si propone. E “starci”, rispondendo così come sei, semplicemente imperfetta e unica.

Adesso ci ripenso e quest’anno, per la prima volta, passerò la giornata dell’esordio come un giorno qualunque. Segnerò sul calendario il giorno in cui ci sarà una cura definitiva per il diabete. Spero di esserci in quel giorno, perché ci sarà davvero da festeggiare!

[700 parole] Per un 2021…

Per me è ormai tradizione, il 31 dicembre, preparare i biscotti della fortuna, sugarfree ovviamente.

Questa volta ero incerta, almeno per due motivi. 1) il bello dei biscotti della fortuna è condividerli, al di là della bontà dell’impasto, della riuscita dei fagottini e dei cartigli nascosti dentro; 2) quando ci si improvvisa un po’ pasticcera un po’ cartigliatrice… la selezione dei messaggi è influenzata dall’ispirazione del momento, dai sentimenti e dalle situazioni che vivo.

Ho optato per continuare la tradizione.

La difficoltà è stata la ricerca di cartigli adatti alla delicatezza di questo capodanno, un giusto mix tra leggerezza, ironia e veridicità.

Due frasi mi hanno messo in discussione…

La vita è 10% ciò che ti accade e 90% come reagisci.

Il mondo sarà di chi saprà offrirgli la speranza più grande.

Indagare sul significato che queste parole avevano per chi le ha scritte non è lo scopo di queste righe, vorrei invece metterle in relazione a cosa è successo il giorno dopo averle trovate.

Apprendo della scomparsa, a seguito di infezione da Covid, di un uomo, persona conosciuta in città in ambito medico e universitario. Il ricordo che ho io però è legato ad alcuni racconti della mia famiglia e a qualche episodio che non riguarda la professione e la visibilità pubblica ma che dà testimonianza di scelte personali, volte al bene di quel pezzettino di mondo in cui viveva, facendosi spesso carico, in modo silenzioso e generoso, delle necessità di quanti aveva intorno.

Capita anche che, tra un augurio e l’altro, si parli della situazione Covid. Sarebbe sbagliato fare finta che questo sia un capodanno come gli altri salutati finora, eppure al tempo stesso nel suo senso più profondo (il pensiero alle cose vissute quest’anno e a quelle che verranno, l’affetto scambiato negli auguri e la bellezza di sentirmi amata) trovo più similitudini che differenze.

A causa del Covid, tuttavia, mi capitano spesso occasioni di confronto su quali comportamenti e scelte siano di buon senso e responsabili verso il bene di tutti, soprattutto dei più fragili. E in una situazione di emergenza sanitaria, la fragilità quasi mai è questione di colpa, se non a volte forse quella di scontrarsi in modo impari con l’irresponsabilità di qualcun altro.

Penso che, purtroppo, ancora tante persone vivono ignorando (per inconsapevolezza o per scelta!) la vita degli altri. Altri che hanno lo stesso diritto all’esistenza e alla felicità, ma che, purtroppo, hanno anche a che fare con fragilità o rischi più grandi. Ne sono dispiaciuta, anzi spesso questa cosa mi fa proprio incacchiare.

Poi scopro ogni tanto persone che, nel proprio tempo libero, si fanno in quattro per far girare le cose (se non al meglio almeno che girino) e perché le occasioni non vadano sprecate. Mi metto in discussione perché (scopro poi indagando meglio) il tempo libero disponibile dipende in realtà dall’atteggiamento verso le cose della vita e le situazioni che si incontrano nella propria. Quello disponibile quindi è anche il tempo oltre le 22, nell’isolamento delle proprie case, quando la stanchezza fa quasi chiudere gli occhi e dire una parola per un’altra, ma nel giro di un paio d’ore vengono contattate una trentina di persone e una ventina di queste risponde tempestivamente, nonostante l’ora.

E dunque anche quello che posso fare io, nel mio piccolo e insieme ad altri, acquista un nuovo significato. Il rischio è che alla fine si possa svelare un fallimento o un errore ma, in ogni caso, non sarà stata un’occasione sprecata!

Per esperienza personale, quando le cose sono ispirate da motivazioni profonde e orientate al bene, quando le occasioni non sono sprecate… portano sempre qualcosa di buono! Anche mentre si cerca di gestire, tra alti e bassi, il proprio DT1, a suon di bip-bip di microP, conta dei carboidrati, anche mentre si lotta contro la pigrizia nei giorni piovosi di un inverno rosso da dpcm, anche mentre si aspetta il proprio turno per il vaccino.

Quella cosa buona arriva quando meno la si aspetta, arriva a volte a favore di qualcuno che non sappiamo nemmeno chi sia. Arriva a volte proprio a noi, forse diversa da quella che aspettavamo, ma proprio quella che in fondo speravamo, forse senza sapere chi sia stato a farla partire.

#WDD 2020

Questo anno la (mia) Giornata Mondiale del Diabete – oggi – ha un sapore tutto nuovo…

Non tanto perché è il primo 14 Novembre con un microP (il mio microinfusore 670G), non solo.

La più grande novità è che quest’anno c’è A.D.Fe.!

Ci siamo trovati, ci siamo guardati in faccia, ci siamo costituiti odv (organizzazione di volontariato), ci siamo buttati in un progetto che ci sembra (spesso) più grande delle nostre forze… poi abbiamo iniziato a camminare insieme, ci diamo sostegno l’un l’altro, stiamo imparando a fare spazio agli altri, a imparare reciprocamente sempre qualcosa di nuovo, a gareggiare per fare meglio, nel nostro piccolo. E quando ci guardiamo in faccia… non possiamo che essere contenti di A.D.Fe. e di farne parte da protagonisti!

Più info su A.D.Fe. Associazione Diabete Ferrara odv qui

Quest’anno la giornata del diabete ha il tema “Gli infermieri fanno la differenza!” ed io, noi, non potremmo davvero essere quello che siamo, senza la presenza, la professionalità e il supporto di chi abbiamo incontrato nelle nostre avventure glicemiche! A loro il mio, il nostro grazie!

È (più) bello insieme

Uno dei motivi per cui avevo iniziato dolcementetipo1.com era trasformare una situazione negativa (patologia cronica) in qualcosa di buono (per me e per gli altri). Un altro motivo era uscire allo scoperto: confrontarmi con altri che vivono la mia stesa situazione e intercettare qualcuno tra altri che vivono la mia stessa situazione nella mia stessa zona territoriale.

Poi partiamo con questa bella cosa di A.D.Fe. Associazione Diabete Ferrara odv. Una bella opportunità di (ri)mettermi in gioco (ancora) in un progetto nuovo. Una bella realtà, tutta da costruire, insieme. Un paio di manciate di belle persone, incontrate (quasi) per caso e conosciute (quasi) da sempre. È bello trovarsi nel consiglio direttivo perché ognuno mette sul tavolo la sua unicità e la sua storia, e intanto si dialoga, si sogna, si progetta… e (anche) si scherza. Così tra un consiglio sul bolo, qualche trucco del mestiere e l’inevitabile (sportiva) competizione a chi ce l’ha meglio (la glicemia, la glicata, il time-in-range…) si fanno i primi passi… Ed io sono felice di far parte di questa realtà.

Dall’altro ieri anche sul web adfeonline.org.

Lo stesso giorno arriva anche un messaggio dall’Ecuador…

Carissimi, grazie per il vostro messaggio. Se potete mandare il contributo vi ringraziamo cosi compriamo insulina e medicine che c’é bisogno sempre di piú perché negli ospedali e nel Centro di Salud di S.Mateo non c’é piú niente. (San Mateo è un paese di qualche migliaia di abitanti sulla costa del Pacifico appena sotto l’equatore, NdR). La situazione con Covid in paese é difficile. Sono morti piú di 40 persone. La settimana scorsa tre sorelle e il marito di una di loro. Qualcuno di loro faceva parte del vostro gruppetto di ginnastica. In alcune famiglie sono morti 2 o 3 persone. Troppo triste. Speriamo sempre che questo incubo passi. Siamo sereni di essere qui e aiutare in quello che possiamo anche se é tutto troppo poco. […]

Esattamente un anno fa tornavamo dall’Ecuador, dove abbiamo anche incontrato (tante) persone con diabete che vivono a San Mateo. Una bella opportunità di mettermi in gioco in un progetto nuovo. Una bella esperienza, a tratti impegnativa, che allarga la mente e il cuore. Non è semplice uscire da sé, staccarsi dalla propria esperienza personale e parlare di diabete. Non è sempre semplice lasciare da parte pregiudizi e piccole certezze di comodo che impediscono di incontrare le persone diverse da te, con la loro unicità e la loro storia. Non è semplice lasciare da parte le disparità di opportunità (per es l’assistenza sanitaria) e le ingiustizie e voler bene senza se e senza ma alle persone che hai di fronte, chiunque esse siano. E io sono felice di aver incontrato nella mia vita persone speciali così.

E mentre penso a quanta gioia e quanta tristezza possono far parte della nostra vita, mi vengono in mente in particolare due frasi…

Nella vita capita anche che, abbassando lo sguardo per cercare ciò che hai perso, scorgi qualcos’altro che vale la pena raccogliere.

Alex Zanardi

Camminate con i piedi per terra e con il cuore abitate il cielo.

S. Giovanni Bosco

E allora penso che c’è, in mezzo a giornate speciali, la vita di tutti i giorni… fatta di piccole cose che, anche se a volte sembra non cambi nulla, costruiscono pian piano i progetti più belli. Infine penso anche che, nella gioia o nelle difficoltà, è (più) bello insieme!

(fonte: cinquecosebelle.it)

[700 parole] Signora, sta bene?

Da tarda mattinata il sensore chiede aggiornamenti. E microP trilla, vibra, allarma. È già ora di pranzo inoltrata, ma sono messa bene con le glice (la fame c’è ma faccio in tempo ad arrivare a casa).

Sto camminando a passo svelto, nel caldo estivo di questo inizio settembre, cercando di mettermi in pari con i messaggi whatsapp e pianificando le prossime 12 ore, considerando:

– 1 ora per arrivare a casa

– una mezz’ora di trasmettitore in carica poi cambio sensore

– un paio d’ore per il periodo di attesa e la prima calibrazione

– 6 ore e la seconda calibrazione…

in mezzo, il pranzo – in modo da avere glicemie stabili durante le calibrazioni – e gli appuntamenti del pomeriggio/sera.

Sono lì che penso a tutte queste cose… E noto, poco più avanti, una signora un po’ sovrappeso appoggiata al palo di un cartello stradale, un piede sollevato da terra roteando la caviglia, e il busto piegato leggermente avanti, come a cercare di respirare meglio.

È girata di spalle, non capisco bene età, aspetto e problematiche. Decido di valutare se chiederle qualcosa mentre le passo vicino… è sulla mia strada.

Io ho sempre con me 5-6 bustine di zucchero (se poi ho di recente preso caffè al bar anche qualche altra… soprattutto se le confezioni sono un po’ particolari). Può capitare un calo di zuccheri in qualsiasi momento, soprattutto se si è di fretta, e allora 5 g di saccarosio (una bustina di zucchero) sono la soluzione migliore, per me. Solo un paio di volte la mia scorta di carboidrati rapidi non è stata sufficiente a gestire l’ipoglicemia, ma comunque nel frattempo ero arrivata dove poter comprare Coca-Cola e qualcosa da mangiare.

In qualche occasione le bustine di zucchero che avevo con me sono state d’aiuto a qualcun altro… Ho questa regola: una bustina di zucchero non si nega a nessuno. Al massimo non serve granché ma ha un buon effetto energetico psico-mentale, ho notato in questi anni.

La sorpasso e mi giro a osservarla mentre mi allontano, rallentando il passo. Ha una buona mascherina. Ed effettivamente un po’ di affanno.

A circa 2 metri di distanza, mentre indosso la mia mascherina, chiedo:

– Signora, tutto bene? Ha bisogno di qualcosa?

Lei alza lo sguardo e mi osserva qualche secondo:

+ Si. Avrei bisogno di un piede e di un naso nuovi… il mio piede è di quelli incidentati… il naso respira come può… Grazie comunque, sto bene.

Non so cosa dire, improvviso una cosa tipo:

– Ah ok. Si stava solo riposando un momento allora?! C’è anche molto caldo oggi. Va bene allora…

+ Mi scusi! Io ho l’abitudine di sapere come si chiamano le persone con cui parlo

– Maria

+ Airam

– Piacere! La saluto allora se è tutto ok… (Non ho capito cosa stia dicendo ma non voglio mi attacchi una pezza):

+ No! Airam è lei!

+ Io sono Lorenza

+ Aznerol

– Aaaah! (Sorrido perché nel frattempo ho capito cosa mi aveva detto prima)

– Mi scusi sa… se lei dice che sta bene, io andrei… sono un po’ di fretta perché devo ancora pranzare e inizia a girarmi un po’ la testa…

+ Vada vada! E buon pranzo! Grazie.

– Anche a lei… buona giornata!

Mi allontano a passo svelto, togliendomi la mascherina. C’è caldo. E mi accorgo di sorridere.

Penso alla differenza tra distanziamento fisico e distanziamento sociale. Il distanziamento fisico va mantenuto per contrastare il Covid-19 e ci aiuta perché abbassa il rischio di incontrare il virus e di trasmetterlo ad altri.

Il distanziamento sociale invece penso non aiuti nessuno, e alla lunga faccia danni… perché siamo le relazioni che abbiamo, siamo nati da un incontro, siamo fatti per vivere insieme, nella nostra diversità. Ogni tipo di isolamento e segregazione, anche quando è la strada più semplice, non porta lontano, penso.

Questo inaspettato e buffo incontro ha riordinato le mie priorità. E le cose da fare oggi… incluso cambio del sensore e calibrazioni (incrociando le dita!). Quello che pensavo fosse un peso ulteriore nella giornata è un’opportunità che ho di gestire la mia malattia. Rinuncio a qualcosa delle mie 24 ore per vivere al meglio le mie giornate.

Eizarg azneroL!

Estate. Canottiere, mezze maniche e sensore glicemie. /Parte 1/

Estate, canottiere e mezze maniche… facile riconoscere il braccio di una persona con DT1 che utilizza il Libre per il monitoraggio flash glicemico. (Più info qui Monitoraggio flash, cedrata e abbracci benessere)

Spesso mi capita che qualcuno mi chieda cosa sia ‘quello’, dopo aver visto quel bottone grigiolino grande come una moneta che ho nel braccio.

L’altra sera stavo andando in bici e un tizio mi supera – andavo piano, chiacchierando con un’amica, perché a Ferrara capita che per fare due chiacchiere si faccia un giro in bici oltre che due passi – e mi chiede cosa fosse quel bottone che avevo nel braccio.

Era un sessantenne che faceva il simpatico, quindi gli rispondo precisa e senza troppo entusiasmo: “è un sensore per misurare le glicemie, per chi ha il diabete”.

“Ah è per l’insulina!”

“No, serve per la glicemia… il livello di zucchero nel sangue”.

“Ah. Ma fa male?”

“No. Anzi è molto utile secondo me!”

“Ma neanche quando te lo mettono?”

“No no. Davvero è molto utile”. E penso tra me e me “che poi comunque me lo metto da sola, ogni due settimane. Chissà perché la gente è fissata su sta cosa del ‘fa male?’ come se senza dolore anche tutti i rischi, le attenzioni e i fastidi con cui uno deve imparare a convivere nella quotidianità non ci fossero”. Ma non aggiungo altro, perché non penso capirebbe.

“Ah l’ho visto anche a un mio collega”.

“Ecco chiedilo a lui invece che impezzare me” penso. Ma dico: “Gli dica di leggere il mio blog dolcementetipo1.com”

Poi accelero, lanciando un segnale alla mia amica che capisce, mi segue e aggiunge: “Misura le glicemie ma non l’acidità”. A me danno fastidio le persone ignoranti – che ignorano le cose – e parlano come se sapessero già tutto. Solo perché hanno visto già un altro ‘come te’ e non hanno comunque tentato di informarsi meglio. Come questo tizio che ha perso l’occasione di stare zitto, dopo avermi superato e fatto una scansione delle mie tette.

A volte si incontrano persone sinceramente interessate a capirne un po’ di più, e allora è piacevole rispondere perché in quelle occasioni il diabete di tipo 1 – una malattia subdola e silente – può essere visibile anche agli altri e, mentre cerchi di spiegare, ti ascolti. E ti rendi conto che 1. hai migliorato qualche piccolo grande aspetto della tua quotidianità (oppure no, ma ne sei diventata consapevole e puoi lavorarci su, se me senti il bisogno), 2. chi ti ascolta ti sta aiutando a portare, almeno un po’, almeno per un po’, le tue fatiche e ne senti meno il peso, 3. cose che tu dai per scontate non sempre lo sono per gli altri, 4. considerate una alla volta le cose si affrontano, 5. definite una alla volta le cose si ridimensionano e, tutto sommato, non sono così limitanti nella tua vita, ogni tanto diventano opportunità.

Altre volte, riuscire a far capire all’italiano medio la differenza tra glicemia e insulina per me è già un gran risultato. E allora ben vengano l’estate, canottiere e mezze maniche.

A volte sei tu che noti qualcuno di interessante con il sensore nel braccio… ma questa è un’altra storia.

Le persone che sono contenta di incontrare, in ospedale e al parco.

Una mattinata in ospedale. Niente di grave. Controlli programmati.

Alcune considerazioni sulle ore passate qui… la mia classifica di oggi sulle persone che sono contenta di incontrare:

10) Chi, dopo aver aspettato tre ore il proprio turno, lascia passare davanti nella fila l’anziano stampellato che deve ancora fare colazione.

9) Quelli che si ostinano a dire sempre e comunque “buongiorno”, “per favore” e “grazie” – a paro merito con quelli che rispondono quando dici “buongiorno”; “per favore” e “grazie”. (Questa l’ho spudoratamente copiata ma la sottoscrivo in pieno).

8) Le persone che rispondono alle lamentele facili da corridoio e sala d’attesa con un sorriso e cambiano argomento.

7) Le persone che quando incontri il loro sguardo per caso, sorridono.

6) Chi ti guarda negli occhi quando saluta o capisce la tua sofferenza.

5) Chi mette la propria professionalità al servizio degli altri, facendo il proprio meglio per il loro bene.

5.bis) Chi fa volontariato, allo stesso scopo, ma in modo diverso.

4) Quelli che tengono conto della tua malattia e non ti fanno sentire inadeguato o sfortunato.

3) Chi puoi guardare negli occhi e senti un profondo senso di serenità.

2) Le persone che rinunciano a qualcosa di proprio per migliorare la vita degli altri.

1) Chiunque si prenda cura di un bambino che non è suo figlio. Di un malato, di un anziano, di una persona sola anche se fastidiosa.

Riconoscimento Fuori Concorso: Quelli che condividono una password per netflix, skyGo, premiumPlay.

Premio alla carriera Fair Play: Quelli che con un abbraccio riattaccano pezzi rotti di fragilità.

Alcuni momenti di sconforto, sentirsi un po’ avvilita, infastidita e un po’ stanca di star dietro a tutto. Incastrata dentro limiti più stretti di quelli che vorresti, mentre il mondo fuori sembra andar avanti come se niente fosse.

“Sempre in movimento, sempre in corsa contro il tempo”. Poi “nel parco, all’improvviso, rallenti il passo”…

Due respiri profondi, un rapido bilancio delle cose sui piatti della bilancia. Tanti piccoli equilibri quotidiani da rivedere – è questo in fin dei conti quello che avvilisce e infastidisce – e quel senso di debolezza che accompagna i momenti più difficili.

Ripensi alle opinioni di persone competenti e specializzate, alle parole di persone che hai vicine, esprimi le tue difficoltà e le tue necessità, capisci che non sei sola, e che sei tu la protagonista.

Riscopri la consapevolezza di quali siano le cose importanti, di cosa accettare e di cosa personalizzare a modo tuo per vivere la tua vita, così com’è. Incontri te stessa di nuovo, al parco, a volte. E trovi l’andatura buona per andare lontano, un passo dopo l’altro.

a lo largo de la via verde de noroeste en murcia, españa (osea no todo pero bastante)

Lungo la Via Verde del nordovest in murcia, españa (ovvero non tutto ma abbastaza)

C’è un detto che dice “se vuoi andar veloce vai da solo, se vuoi andar lontano vai insieme”. A volte scegli con un gruppo di amici di metterti in viaggio verso posti non ancora visti, a volte organizzi un trekking nella tua terra di origine che diventa un’occasione di incontro di tuoi pezzi di vita che finora erano rimasti separati, oppure ancora può essere che ti ritagli un po’ di tempo per non lasciarti travolgere dalla frenesia delle cose da fare, per la curiosità di viaggiare lento in un paese che non conosci, per la curiosità di ospitare gente che non conosci a casa tua, per rivedere amici che è tempo che non incontri, dedicare qualche giorno di spensieratezza in un momento di cambiamenti o di scelte importanti, a volte invece ti capita solo di fidarti di un’amica che ti propone una pausa dalla quotidianità un po’ diverso dal solito.

E così ti trovi a camminare, sotto un piacevole sole murciano di inizio gennaio, zaino 30litri sulle spalle. In fin dei conti, quello che serve realmente sono bustine di zucchero e insulina di scorta, il desiderio di vivere con serenità qualche giorno diverso dal solito, di confrontarsi con le proprie insicurezze e vincere la pigrizia mentale che ti fa vivere con fatica quello che fa parte della tua vita, ma che la rende anche proprio la tua, e un po’ di fiducia nella bellezza che cambia il mondo, una persona alla volta.

La prima regola non detta ma condivisa è l’accoglienza. La gentilezza reciproca di stare insieme, nel cammino come nelle piccole cose, nell’aspettarsi per compattare il gruppo, nell’adeguarsi al passo del più lento, fare un sorriso o un complimento in più piuttosto che in meno, anche se non necessario, mettere da parte un po’ del proprio per lasciare spazio all’altro, adeguarsi al tuo modo di fare perché il mio non sembra poi così importante. In pochi giorni si passa da darsi del tu a chiamarsi per nome, poi con la confidenza come se ti conoscessi da molto tempo. Camminare insieme è anche fermarsi al tramonto per riacquistare le energie e concludere la tappa, sentire male ovunque a gambe e piedi ma sentirsi bene ugualmente.

Ognuno fa la sua parte, si scherza tanto, sempre, però mai con cattiveria, si ride, si parla di idee, ci si raccontano esperienze, ci si prende il tempo di confrontarsi sul mondo attuale, si canta e qualcuno improvvisa momenti di poesia e musica con chitarra e armonica. La meraviglia davanti allo spettacolo di alcuni paesaggi, la siesta e i momenti para compartir (da condividere)… la comida in centro alla tavola o un po’ del proprio tempo (ma poi il valore che diamo tempo lo si capisce da come lo utiliziamo), pezzetti della nostra vita. Forse senza volerlo, si prova a mettersi per un pezzo di strada uno nelle scarpe dell’altro, si sta anche in silenzio, da soli o vicini, ma con il suono dei passi sui sassi della vecchia ferrovia (la via verde). Ognuno fa la sua parte, ognuno è se stesso, forse gli unici condizionamenti sono quelli che rimangono da noi stessi.

Ecco, a volte, ogni volta che decidi che il DT1 non ti impedisce di vivere le opportunità che ti si presentano lungo la strada… allora cammini quasi 80 km in 3 giorni senza preoccupazioni (il sensore libre per monitorare la glicemia è uno strumento potente che facilita davvero le cose), quello che sei è il tuo punto di partenza, lasci lungo la strada quello che pesa, metti nello zaino di quello che fa sentire la fatica e le difficoltà più leggere. E ti accorgi che una tua fragilità può davvero diventare punto di forza e fare bene a te e a chi hai intorno.

Ci sono eventi che ti cambiano la vita, devi accettare quello accade e ogni tanto ricordarti la bellezza che c’è nella tua vita. Poi ci sono anche incontri che ti cambiano perché quando torni a casa non sei la stessa di come sei partita ma una versione un po’ migliore, perché hai cambiato il tuo sguardo sul mondo, e impari a amarlo un po’ di più, con le sue bellezze e le sue fragilità, sia che tu abbia il DT1, sia che no.

Gracias a…
Pedro, senza di te questo trekking no podria haber sido,
Ión y Cere, porque nos habeis enseñado cosa significa “mi casa es tu casa”, Ión con tu bondad y Cere con tus palabras para pasar la frontera y tu musica soave e intensa,
Elena, con la tua spensieratezza e lo sguardo gentile nel leggere le situazioni,
Nuema, con la tua capacità di ascoltare e riconoscere la bellezza delle cose,
Monia, perché è raro e bello trovare oggi qualcuno che crede negli adolescenti e si spende nel lavoro per loro,
Matteo, poetico e ironico, ma sempre con i piedi per terra,
Michela, dolce folletto (però potenzialmente temibile assassina) che regala abbracci benessere,
Paola, perché gli amici quelli preziosi, che sono la tua famiglia, sanno tirare fuori il meglio di te, senza bisogno di dirsi nulla.