Ci sono momenti

“La cura dei malati ha bisogno di professionalità e di tenerezza, di gesti gratuiti, immediati e semplici come la carezza, attraverso i quali si fa sentire all’altro che è “caro” (Giovanni Paolo II, 1993)

La cura ha bisogno di professionalità e di tenerezza, anche quando avere una malattia non ti impedisce di avere una vita normale, di correre giù dalle scale del sottopasso della stazione per prendere il treno al volo, di lavorare, viaggiare, di avere delle relazioni belle, di trovarsi a pranzo in famiglia la domenica, e ridere fino ad avere le lacrime, farsi trovare pronta per un pomeriggio in una antica delizia estense per un concerto di musica del seicento, ed esserci a 50 km da casa per progettare il prossimo trekking.

Ci sono momenti in cui le condizioni di salute impegnano una parte dei pensieri, del tempo, delle energie per trovare un nuovo equilibrio, una nuova condizione accettabile/buona/ottimale a seconda dei casi, nonostante la vita continui nella sua normalità. Ci sono momenti in cui la salute fragile mette davvero alla prova, e forse capita di perdere qualcosa, di imparare a convivere con delle nuove mancanze, rimanendo se stessi ma in una modo diverso. Ci sono ricorrenze, come la Giornata Mondiale del Malato ogni 11 febbraio dal 1992, che servono a ricordare ai cristiani e alla società civile, che occorre prendersi cura delle persone più fragili e sofferenti se vogliamo vivere in un mondo piacevole e vitale.

Ci sono momenti in cui una persona malata non è mancante rispetto agli altri perché “la cultura della gratuità e del dono, indispensabile per superare la cultura del profitto e dello scarto” passa attraverso frammenti di vita condivisi, nelle condizioni in cui ci si trova a vivere, nonostante tutto quello che non si è scelto di avere nella propria vita.

“Ogni uomo è povero, bisognoso e indigente. Quando nasciamo, per vivere abbiamo bisogno delle cure dei nostri genitori, e così in ogni fase e tappa della vita ciascuno di noi non riuscirà mai a liberarsi totalmente dal bisogno e dall’aiuto altrui, non riuscirà mai a strappare da sé il limite dell’impotenza davanti a qualcuno o qualcosa. Anche questa è una condizione che caratterizza il nostro essere “creature”. Il leale riconoscimento di questa verità ci invita a rimanere umili e a praticare con coraggio la solidarietà, come virtù indispensabile all’esistenza.

Questa consapevolezza ci spinge a una prassi responsabile e responsabilizzante, in vista di un bene che è inscindibilmente personale e comune. Solo quando l’uomo si concepisce non come un mondo a sé stante, ma come uno che per sua natura è legato a tutti gli altri, originariamente sentiti come “fratelli”, è possibile una prassi sociale solidale improntata al bene comune. Non dobbiamo temere di riconoscerci bisognosi e incapaci di darci tutto ciò di cui avremmo bisogno, perché da soli e con le nostre sole forze non riusciamo a vincere ogni limite. Non temiamo questo riconoscimento, perché Dio stesso, in Gesù, si è chinato e si china su di noi e sulle nostre povertà per aiutarci e donarci quei beni che da soli non potremmo mai avere” (Papa Francesco, 2019)

Penso siano il dolore e la solitudine, nell’affrontare giorno dopo giorno la sofferenza e nell’assistenza di chi si vuole bene e si vede soffrire, che possono diventare insopportabili. E forse è quando senti di essere importante per qualcuno che puoi desiderare e scegliere di farti dono per altri e sperare in un futuro felice, vicino, lontano o misterioso, e dare un significato nuovo alla sofferenza. Ci sono momenti che sono occasioni per non stancarsi di cercare il senso della tua vita, qualunque situazione essa ti presenti.

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