poi c’è la vita di tutti i giorni

Ho sentito e letto tante cose sul diabete in questo mese di novembre. E puntualmente novembre è il mese in cui registro il peggior scompenso della malattia. Statisticamente è così da 13 anni. È un dato di fatto. E un punto di partenza per iniziare un cambiamento.

A guardare le cose da fuori – e in questo un bravo medico può davvero essere fondamentale – non è poi così difficile.

Regolare alimentazione, fare sport, aumentare le misurazioni di glicemia e adeguare insulina a valori glicemici.

Poi c’è la vita di tutti i giorni. E mentre aspetto nel corridoio del centro antidiabetico dell’ospedale a fe, le opzioni che mi vengono in mente sono tre.

1. Il DT1 può starci e non creare problemi. E bisogna approfittare di questi momenti preziosi, perché fanno bene all’umore e anche al fisico.

2. Il DT1 può diventare un’ulteriore cosa da fare nella frenesia delle cose che riempiono le giornate e si perde il senso ultimo della gestione di una malattia cronica come questa, cioè accettarsi così come si è e prendersi cura di sè.

3. Il DT1 può essere una sfida di quelle che non ti sei andata a cercare ma ti obbliga continuamente a uscire da te stessa, dalle tue comodità, dalla quella routine che ti fa accontentare senza ricercare il bene e il buono.

Non ci si trova in un’opzione per sempre, bisogna scegliere di prendersi cura di sè ogni giorno. E quelle che possono essere prese come indicazioni che qualcuno ti suggerisce, diventano un cambiamento quando scegli di agire tu in prima persona e rendere concrete nella tua quotidianità le indicazioni ricevute.

Mentre prendi appuntamento per il prossimo controllo, senti uno splendido accento spagnolo e allora scopri che quel affascinante tipo che avevi già notato oltre che essere diabetico è anche un profe di origini iberiche.

Poi vieni impezzata da un giovane rappresentante farmaceutico più interessato a ottimizzare il tempo e studiare l’eventuale concorrenza.

Infine l’infinita e odiosissima attesa alla farmacia ospedaliera (unico sportello autorizzato a distribuire il farmaco che serve a te).

Rivedi le facce incontrate prima in ambulatorio (anche lo spagnolo che come te ha lasciato la bici fuori e, con calma e rassegnazione, aspetta). Senti ma cerchi di non ascoltare le lamentele della gente esasperata di aspettare mediamente un paio d’ore il proprio turno. E hai anche il tempo di buttar giù qualche idea. E d’improvviso vieni ricatapultata nella vita di tutti i giorni.

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